Cordio, “Chicco”: l’album che fa pace con il bambino interiore

Dall’imbarazzo di un soprannome alle canzoni “piccole” e quotidiane: nel disco nuovo Cordio si spoglia, costruisce e torna a casa.

«Sono gelato dentro, ma buono come un cane»: l’incipit di Cucciolone apre una porta precisa sul mondo di Chicco, il nuovo album di Cordio. Un verso che lo mette a nudo, perché parla di quella disponibilità a “perdere la faccia” in amore — l’essere un po’ sottoni, come dice lui — che spesso si prova a mascherare. Qui invece diventa materia narrativa: tenera, quotidiana, disarmante. Anche l’immaginario visivo lavora in questa direzione: le copertine dei singoli, costruite come piccoli mattoncini, richiamano il gioco e insieme “la costruzione dell’io adulto”.

Il titolo riprende il nomignolo d’infanzia “Chicco”: un’etichetta di cui l’artista racconta di essersi vergognato a lungo. Oggi, a trent’anni, ribalta la prospettiva: «le cose di cui mi vergogno sono quelle che probabilmente più mi riguardano». Non è nostalgia, ma il tentativo di restare in contatto con il proprio bambino senza scivolare nell’infantilismo. Dopo l’urgenza “seria” degli esordi, Cordio sceglie dinamiche più piccole e riconoscibili, fino a un titolo-manifesto come Latte e biscotti, invito a rallentare e a stare, semplicemente, sul divano.

Determinante, ancora una volta, la collaborazione con Lorenzo Vizzini: Cordio lo definisce un maestro e un riferimento, qualcuno con cui condivide “il gusto”, ingrediente essenziale quando si scrive e si rifinisce un album. Per Chicco gli ha dato «carta bianca» in produzione, certo che quella sensibilità avrebbe saputo tradurre i brani in suoni coerenti e personali.

Dentro, la Sicilia affiora senza cartoline: Palermo compare in Cucciolone, l’infanzia torna in Agata; non un luogo “esotico”, ma un paesaggio abitato. E dal vivo tutto si scopre più fragile. Cordio racconta che proprio la traccia finale, Agata (solo voce e chitarra), dedicata alla sorella, è quella che gli costa più fatica cantare e che più spesso commuove chi ascolta: dettagli privati, un nome proprio, eppure la connessione è immediata. Forse perché la direzione resta sempre la stessa: spogliarsi nelle canzoni, fino a lasciare spazio a chi le attraversa.

Articolo a cura di Domenico Carriero