Mutiny, recensione: Jason Statham torna all’azione tra vendetta, tradimenti e cospirazioni

Ci sono attori che cambiano pelle a ogni film e altri che, invece, hanno costruito nel tempo una vera e propria identità cinematografica. Jason Statham appartiene senza dubbio alla seconda categoria. E Mutiny, diretto da Jean-François Richet, non fa eccezione: azione, combattimenti, tradimenti e una cospirazione internazionale sono gli ingredienti di un thriller che sa esattamente cosa vuole essere. Il film sarà nei cinema italiani dal 10 settembre.

Al centro della storia troviamo Cole Reed, interpretato da Statham, che assiste all’omicidio del suo capo miliardario e viene immediatamente incastrato per il delitto. Costretto a fuggire e determinato a scoprire chi si nasconde dietro quella morte, Reed sale clandestinamente a bordo di una nave cargo, trasformando quella che dovrebbe essere una semplice vendetta in qualcosa di molto più grande: una rete di segreti e interessi internazionali che affonda le proprie radici anche nel passato del protagonista.

La trama non cerca particolari rivoluzioni e, in fondo, non ne ha nemmeno bisogno. Mutiny funziona soprattutto perché mantiene alta la tensione, alternando momenti investigativi a sequenze d’azione (al limite dello splatter) e che permettono a Statham di fare ciò che sa fare meglio. L’attore britannico è ancora una volta perfettamente a suo agio nei panni dell’uomo apparentemente solo contro tutti: poche parole, sguardo deciso e una notevole dose di botte.

Il film gioca molto anche sull’elemento del dubbio. Chi sta dicendo la verità? Chi sta tradendo chi? E soprattutto, quanto possiamo fidarci delle persone quando tutto sembra essere costruito per ingannarci? È proprio questo il tema che accompagna Cole Reed durante la sua missione, tra dubbi, rimorsi e ricordi, e che permette al film di andare oltre il semplice susseguirsi degli eventi.

Richet costruisce un thriller compatto, che sfrutta bene gli spazi della nave e mantiene il protagonista costantemente sotto pressione. Le scene d’azione sono il cuore pulsante della pellicola: fisiche, dirette e senza troppi fronzoli. Una scelta coerente con il cinema di Statham e con quel tipo di action movie vecchia scuola che oggi arriva sul grande schermo con sempre meno frequenza.

Il limite di Mutiny è forse lo stesso che rappresenta il suo punto di forza: il film non vuole reinventare il genere. Alcuni passaggi risultano prevedibili e determinate dinamiche narrative sono facilmente intuibili, soprattutto per chi conosce il cinema d’azione di Statham. Ma sarebbe ingeneroso chiedergli di essere qualcosa che non vuole essere. Mutiny punta sull’intrattenimento e, sotto questo aspetto, mantiene la promessa.

Il risultato è quindi un buon thriller d’azione, capace di tenere lo spettatore incollato alla sedia fino alla fine. Non è un film che cambierà il genere e probabilmente non vuole esserlo. È piuttosto un viaggio ad alta tensione fatto di tradimenti, scontri e cospirazioni, nel quale Jason Statham torna a vestire i panni dell’eroe solitario che sembra non avere paura di niente.

Eppure, dietro pugni e sparatorie, rimane una domanda: alla fine, quando tutto viene messo in discussione, ci si può fidare veramente delle persone?