Ci sono film che cercano di accompagnare lo spettatore verso una risposta e altri che, al contrario, preferiscono lasciarlo con una domanda. Verity, il thriller diretto da Michael Showalter e tratto dall’omonimo bestseller di Colleen Hoover, appartiene decisamente alla seconda categoria. Interpretato da Anne Hathaway, Dakota Johnson e Josh Hartnett, il film costruisce un intreccio che gioca continuamente sul confine tra realtà e finzione, senza mai permettere di capire fino in fondo da quale parte si trovi la verità.
La protagonista è Lowen Ashleigh, una scrittrice in difficoltà che viene chiamata nella remota tenuta dei Crawford per portare avanti il lavoro di Verity Crawford, celebre autrice rimasta impossibilitata a proseguire la propria attività. Quello che inizialmente sembra un incarico professionale si trasforma rapidamente in qualcosa di molto più inquietante quando Lowen si imbatte in alcuni scritti autobiografici della donna, pagine nelle quali emergono confessioni, segreti e una realtà familiare molto diversa da quella che appare in superficie. Da quel momento Verity costruisce il proprio fascino proprio sull’incertezza. Chi sta dicendo la verità? Quanto c’è di reale in ciò che Lowen scopre e quanto, invece, è frutto di manipolazione? E soprattutto: quanto possiamo fidarci di ciò che ci viene raccontato?
Non è un thriller vecchio stile e forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del film. Verity non punta esclusivamente sulla tensione o sulla ricerca del colpo di scena, ma preferisce costruire progressivamente un’atmosfera di inquietudine, lasciando che siano i personaggi e le loro ambiguità a portare avanti la storia. Il risultato è un intreccio che riesce a mantenere viva la curiosità dello spettatore, anche quando la narrazione sceglie di muoversi più sul terreno psicologico che su quello del thriller tradizionale. A rendere ancora più interessante il gioco è il rapporto tra i tre protagonisti. Lowen si ritrova sempre più coinvolta in una situazione nella quale diventa difficile distinguere l’opportunità dall’ossessione, l’attrazione dalla manipolazione e, soprattutto, la realtà dalla finzione.
Il vero punto di forza di Verity, però, arriva nel finale. Senza entrare negli spoiler, il film sceglie di non consegnare allo spettatore una risposta definitiva. E così, una volta terminata la visione, rimane una domanda destinata a rimanere aperta: qual è la verità? Forse è proprio questo il gioco di Verity: non tanto raccontare una storia nella quale esiste necessariamente una verità facilmente individuabile, quanto portare lo spettatore a interrogarsi su ciò che ha visto e sulle persone alle quali ha scelto di credere. Un film interessante, quindi, più per l’atmosfera, l’intreccio e il dubbio che riesce a generare che per la volontà di essere un thriller nel senso più classico del termine. E quando i titoli di coda scorrono, la storia non sembra davvero finita: è lo spettatore a dover decidere, almeno in parte, quale versione della vicenda scegliere.




