Ci sono canzoni che nascono per essere ascoltate e altre che sembrano necessarie da scrivere. “Stancamente bene”, il nuovo singolo di Eduardo, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Un brano intenso, personale, quasi viscerale, in cui l’artista mette a nudo ferite profonde, relazioni tossiche, ansia, paura e il difficile percorso verso l’accettazione di sé. Ne è nata una conversazione autentica, senza filtri, in cui Eduardo racconta non solo la genesi del brano, ma anche il lungo cammino che lo ha portato a trasformare il dolore in consapevolezza.
Parto da una domanda semplice, ma che forse viene fatta troppo poco: come stai?
La risposta più ovvia sarebbe: “stancamente bene” (ride ndr.). Però sto bene davvero. È un periodo in cui stanno succedendo cose belle. Magari non tutto sta andando esattamente come vorrei, però molte cose si stanno salvando e questa è già una cosa importante. Io ho sempre visto il bicchiere mezzo vuoto. Mi sono sentito spesso sfortunato, quasi come se il mondo ce l’avesse con me. Poi, un giorno, mi sono svegliato una mattina e mi sono reso conto che non avevo più voglia di sentirmi così. Era come se continuare a vedermi sfortunato mi sporcasse. Oggi invece guardo la mia vita e vedo che sto facendo cose che anni fa sognavo soltanto. Ho persone che mi vogliono bene e che credono in me. Sto imparando a volermi bene anch’io. È un percorso lento, ma averlo iniziato mi fa stare bene davvero.
“Stancamente bene” affronta il tema delle dipendenze emotive e delle relazioni che feriscono. Come nasce questo brano?
Nasce da un’esperienza personale, molto personale. Tutto quello che racconto nel brano è reale. Quando parlo dell’ospedale, della paura, dell’ansia… racconto cose che ho vissuto davvero. Dopo una relazione molto violenta, ho sviluppato disturbi d’ansia, attacchi di panico e un disturbo ossessivo compulsivo. Sono stati anni molto pesanti. Però le relazioni tossiche funzionano un po’ come una dipendenza: anche se ti fanno male, vivi aspettando quel singolo momento in cui torni a stare bene e diventi schiavo di quella sensazione. Scrivere questo pezzo è stato un modo per chiudere una parentesi della mia vita. Per guardare quello che mi è successo anche con un altro sguardo. Oggi provo a vedere persino il dolore come qualcosa che mi ha aiutato a conoscermi meglio.
In qualche modo senti che tutto questo ti abbia cambiato?
Sì! Per tanto tempo ho visto tutto quello che mi è successo solo come una sfortuna. Oggi invece provo a guardarlo diversamente. Ho subito un bullismo molto pesante da piccolo, poi ci sono stati altri traumi e anche un abuso che sono riuscito a elaborare solo dopo anni di terapia. Prima pensavo che la colpa fosse sempre mia. È questo che fanno certe esperienze: ti convincono che sei tu il problema. Col bullismo succede una cosa terribile, dove all’inizio sono gli altri contro di te, poi diventi tu contro te stesso. E lì è difficilissimo uscirne. Per questo per me raccontare è fondamentale. Ho sentito il bisogno di buttare fuori quello che sentivo.
Condividere un brano così intimo ti ha fatto sentire più vulnerabile oppure meno solo?
Sicuramente meno solo. Raccontare è la cosa più naturale che io faccia. Qando ho iniziato a parlare apertamente di certe cose, mi sono accorto che tantissime persone vivevano dinamiche simili. Magari le storie erano diverse, ma le emozioni erano le stesse. Questa cosa non solo aiuta gli altri, ma ha aiutato anche me. Mi ha fatto capire che non sono mai stato davvero solo. Ho avuto una famiglia molto presente, amici incredibili e persone che mi sono state accanto anche nei momenti peggiori. Poi c’è questa comunità di persone che mi segue, che mi scrive, che si riconosce nelle mie parole.
Nel brano si percepiscono rabbia, dolore, ma anche una forma di speranza per se stessi. È così?
La rabbia c’è ed è stata tantissima. Però quasi sempre era diretta verso me stesso. A un certo punto ero arrivato al limite. Gli attacchi di panico sono stati il modo in cui il mio corpo mi ha costretto a fermarmi. Ricordo che in ospedale mi dissero che ero stato fortunato, perché il mio corpo aveva reagito prima di crollare completamente. Da lì è iniziato tutto un lavoro terapeutico. La speranza però c’è sempre stata. Anche nei momenti peggiori. Altrimenti non avrei mai scritto, non avrei mai parlato. La speranza era sempre il tema centrale delle mie canzoni, anche quando non me ne rendevo conto.
Ti ascoltavo e pensavo che “Stancamente bene” sembra quasi una lettera all’Eduardo del passato: ma oggi cosa gli diresti al te del passato?
Oggi credo che all’Eduardo di allora direi semplicemente: “ti voglio bene”. Non aggiungerei altro…
Che vita avrà adesso “Stancamente bene”? Con il tuo team state già pensando al futuro?
All’inizio avevamo pensato di far uscire subito un altro pezzo, ma poi ci siamo resi conto che “Stancamente bene” aveva bisogno di tempo e forse anche io avevo bisogno di tempo per digerirla completamente. Questa estate vogliamo continuare a raccontarla, portarla live e lasciarle spazio. Poi arriverà un nuovo brano a cui tengo tantissimo. Sarà un pezzo emotivamente forte e probabilmente anche il pezzo più importante che abbia mai scritto.




